Il
concetto base della traumatologia riguardante il polso e la mano
è quello di immobilizzare meno segmenti possibile lasciando il
massimo di funzione ai segmenti articolari vicini, concedendo al
più presto la massima libertà funzionale possibile ovviamente
dipendente dal tipo di lesione che stiamo trattando.
Occorre cioè iniziare da subito a pensare che la frattura che ci
accingiamo a trattare può essere considerata il primo sintomo di
una malattia traumatica che coinvolge tutti i tessuti e non solo
quello scheletrico per cui all’inizio del trattamento dobbiamo
fare in modo da non aggiungere al trauma di base con i relativi
eventuali deficit , quelli conseguenti da lesioni indirette
delle parti molli muscolo-articolari alcune volte più
invalidanti delle lesioni di partenza.
Questo concetto è applicabile ovviamente alla traumatologia in
generale ma trova la massima espressione nel trattamento della
mano traumatica.
L’osteosintesi del polso traumatico si avvale di diversi mezzi:
dalle tecniche più semplici con fili di Kirschner, da soli o in
associazione alla fissazione esterna, a placche con viti
bloccate alla placca che vengono posizionate con accessi
chirurgici anteriori che permettono una rapida guarigione.(
Fig.1,2,3 - Fig.4,4a e 4b )

Fig. 1,2,3

Fig, 4,
4a, 4b
immagine
HD >>
Altro tipo di sintesi è ottenibile con una sorta di chiodo
endomidollare che nella sua parte terminale diventa supporto per
“ pegs “ che penetrano nella spugnosa ossea stabilizzando
efficacemente il focolaio di frattura.( Fig.5 e 5a ).

Fig. 5 e 5a
Ricordando che nel trattamento delle fratture non va mai
dimenticato l’uso, anche temporaneo durante l’intervento, di
semplici fili di acciaio detti di Kirschener, può essere
indicato per migliorare l’imaging della frattura e
conseguentemente scegliere il mezzo di sintesi piùadeguato,
eseguire una TC preoperatoria.
Alcune fratture di polso guariscono con una morfologia
scheletrica alterata di solito caratterizzata da un
accorciamento del radio rispetto all’ulna con conseguente
atteggiamento radializzato della mano e deficit di movimento
della articolazione radio-ulnare distale che condiziona una
diminuzione invalidante della supinazione del polso.
La situazione clinica che si viene a creare limita decisamente
la gestualità quotidiana ed indica un trattamento chirurgico di
salvataggio codificato nel lontano 1936 ed ancora oggi valido (
intervento di Sauvè-Kapandji (
Sauvè – Kapandji >> )
Quando la frattura è consolidata in maniera viziata nei tre
piani dello spazio ( Fig.6 e 6a ) per cui la correzione
ottenibile con l’intervento di Sauvè-Kapandji non è sufficiente
a garantire un buon risultato si può procedere da un intervento
di osteotomia del radio aggredito per via anteriore e
sintetizzato con placca e viti eventualmente associato ad
intervento di Sauvè-Kapandji ( Fig. 7 e 7a )

Fig. 6 e 6a

Fig. 7 e 7a
Altra complicanza di interesse chirurgico di una frattura di
polso , a parte la comparsa di una compressione del nervo
mediano al polso (
tunnel carpale >>
) è la rottura sottocutanea dell’estensore lungo del pollice che
è un tendine a lunga escursione dorsale al polso che in
condizioni di “pavimento di scorrimento” reso irregolare dalla
frattura può andare incontro a fenomeni di attrito tali da
condizionare la rottura spontanea del tendine.
In questi casi il trattamento prevede il distacco di un tendine
donatore alla metacarpofalangea dell’indice ( fornito di un
altro tendine che provvede all’estensione ) e il transfert dello
stesso pro estensore del pollice con buon risultato funzionale (
casi particolari >> )
Vengono presentati in ultimo due casi limite.
Il primo riguarda una frattura da impatto ad alta energia con
compenetrazione di una grossa parte della superficie articolare
del radio nella meta epifisi distale del radio documentata con
Tc preoperatoria ( Fig.8,8a,8b ) e trattata con fissazione
esterna in neutralizzazione e successivo accesso dorsale volto a
ridurre e sintetizzare con sottili fili di K. la frattura
associato ad autotrapianto osseo da ala iliaca ( Fig.9 e 9a )

Fig. 8, 8a, 8b

Fig. 9 e 9a
L’ultimo caso che descrivo dimostra come una indicazione dubbia
sul tipo di sintesi da adottare in quel determinato caso non
deve escludere la decisione di un brusco cambio di rotta ai
primi segni di perdita di riduzione.In effetti la frattura
grandemente instabile presentata ( Fig.10 e 10a ) avrebbe potuto
da subito essere trattata con una sintesi interna aggressiva
anche se il controllo postoperatorio dopo il primo intervento di
sintesi esterna con associata sintesi intrafocale con fili di K.
era più che soddisfacente. ( Fig.11 e 11a ) In effetti al primo
monitoraggio postoperatorio i fili apparivano curvati a
testimoniare l’iniziale perdita di riduzione ( Fig.12 ) per cui
il trattamento definitivo con placca volare + sintesi
interframmentaria con vite libera, ha condotto ad un ottimo
risultato funzionale ( Fig.13 e 13a )

Fig. 10 e 10a

Fig. 11 e 11a

Fig.12
Fig. 13 e 13a
Riguardo alla traumatologia dello scheletro digitale uso spesso fili di K. a cielo chiuso e sotto controllo radiografico.In questo modo si possono ridurre
al meglio le fratture diafisiarie facendo attenzione a non oltrepassare con i fili le strutture articolari in modo da spingere immediatamente il Pz. al
massimo movimento possibile in flesso estensione aiutandosi con l'altra mano.( Fig. 1 e Fig.2 ) Di solito tengo unite le due dita vicine con cerotti per
proteggere la sintesi da sollecitazioni negative.
Quando la frattura riguarda strettamente l'articolazione bisogna ottenere una riduzione anatomica che a cielo chiuso difficilmente si raggiunge per cui
in questi casi procedo chirurgicamente utilizzando per la sintesi fili di K. o microviti.
Fig.1
Fig.2

Fig.3
Fig.4

Fig.5
Fig.6
Fig.1: Esempio di sintesi percutanea con fili di K.
Proiezione A.P
Fig.2: Esempio di sintesi percutanea con fili di K.
Proiezione obliqua
Fig.3: Frattura testa secondo Mc da impatto diretto
Fig.4: Quadro intraoperatorio di frattura da impatto diretto
della testa del secondo metacarpo
Fig.5: Controllo Rx post riduzione in A.P.
Fig.6: Controllo Rx post riduzione in laterale
© Copyright 2009
Dott. Maurizio Rubino