Le fratture del Piatto Tibiale costituiscono per l’ortopedico
che si accinge al loro trattamento una sorta di sfida nel
tentativo di limitare al massimo le frequenti e temute
complicanze di questo tipo di lesioni.
In effetti da un lato esistono problemi di riduzione anatomica
di queste fratture articolari e dall’altro la deviazione assiale
cui possono dare luogo può determinare a medio o a lungo termine
artrosi postraumatica del ginocchio.
Considerando infine l’alta incidenza di queste fratture in
soggetti giovani si comprende come il loro trattamento sia
argomento di discussione tra due sostanziali
orientamenti.Esistono i favorevoli al trattamento “ aggressivo “
con apertura della articolazione, riduzione minuziosa sotto
controllo diretto attraverso l’espansione delle trabecole ossee
compenetrate dal trauma con l’innesto di osso autologo o di
derivati dall’osso attualmente in commercio e coloro che
preferiscono non aprire l’articolazione ma ridurre attraverso la
visione radiografica indiretta e contenzionare con placche di
ultima generazione attraverso accessi molto contenuti.




Personalmente appartengo alla prima categoria e ciò si desume
dai casi che vengono presentati.
Nel postoperatorio dopo un paio di settimane di riposo
funzionale in valva gessata con ginocchio semiflesso si inizia
la mobilizzazione cauta attiva assistita del ginocchio mentre il
carico gravitario viene di solito concesso gradualmente e di
solito non prima dei 90 giorni .

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Dott. Maurizio Rubino