La
malattia di Dupuytren può essere trattata chirurgicamente quando
è già strutturata una flessione del dito interessato tale da non
poter più appoggiare a piatto la mano su una superficie piana
come quella di un tavolo ad esempio.
Il trattamento chirurgico può essere praticato in maniera
convenzionale
con vari accessi chirurgici che mirano ad ottenere l’estensione
delle dita interessate dalla malattia.
La chirurgia convenzionale viene effettuata attraverso accessi a
“zeta” volti ad ottenere plastiche di estensione cutanea e
necessita di accurato isolamento delle strutture vascolo nervose
del palmo e delle dita che vengono isolate e protette.
Nell’intervento convenzionale preferisco utilizzare un
dispositivo per vincolare sul piano operatorio la mano e
permettere l’approccio alle singole dita e ingrandimenti ottici
utili nell’isolare le strutture “nobili” del palmo.
La chirurgia convenzionale presenta pero’ limiti dovuti a lenta
guarigione, lunghe sequele riabilitative e utilizzo post
operatorio di tutori per favorire il mantenimento della
estensione ottenuta.
Attualmente preferisco il trattamento
percutaneo ad ago che prevede l'incisione della cute solo con la punta di un
ago grosso che, opportunamente fatto scorrere in superficie e in
profondità stacca le aderenze della cute alla fascia e
interrompe la stessa in profondità permettendo di guadagnare una
buona estensione delle dita pur non asportando la fascia fibrosa
palmare che è il bersaglio della malattia.


Ripetendo a più livelli del raggio digitale palmare
l’interruzione percutanea della fascia fibrosa si ottiene
globalmente un buon risultato.
Il paziente dunque continua a sentire il palmo indurito dalla
fibrosi palmare ma non ha più il classico difetto di estensione
che condiziona la vita relazionale quotidiana.
Personalmente, quando possibile, applico questo tipo di tecnica
in anestesia locale al palmo con possibilità in pochi minuti e a
cute integra, sfruttando l’elasticità della stessa, di ottenere
una ottima estensione delle dita con postoperatorio estremamente
semplificato rispetto alla tecnica tradizionale.



Nei casi severi di malattia può essere posizionato e solo per
pochi giorni, un sottile filo di metallo che blocca il massimo
guadagno ottenuto in estensione.


E’ consigliabile poi per circa sei mesi dopo l’intervento,
portare di notte un tutore tipo Molla di Levame che mantenga il
più possibile l’estensione ottenuta.





La tecnica percutanea non può essere utilizzata a livello del
dito in quanto la corda fibrosa è in rapporto di vicinanza tale
con le strutture nobili vasculonervose che si correrebbe un alto
rischio di lesione iatrogena delle stesse.
Per ovviare a questa controindicazione sto provando ad eseguire
la cordotomia percutanea al dito sotto guida ecografica con
sonda dedicata ai nervi periferici grazie alla collaborazione
con Colleghi radiologi dedicati all’osteoarticolare e nello
specifico allo studio ecografico dei nervi periferici.
Un successivo sviluppo di queste tecniche a cielo coperto e con
guida ecografica potrebbe permettere il distacco percutaneo
della placca volare nelle rigidità strutturate in flessione
delle interfalangee negli esiti traumatici.
© Copyright 2009
Dott. Maurizio Rubino